CHINASKI77 vs GLI ARTISTI (WU Magazine #21)

LA MAGGIOR PARTE DELLA GENTE, SE VINCESSE ALLA LOTTERIA, PER PRIMA COSA LASCEREBBE IL PROPRIO LAVORO, LE PROPRIE ABITUDINI, LA PROPRIA ROUTINE, LA PROPRIA VITA.
IO, SE VINCESSI, SAREI CONTENTO PERCHE’ FINALMENTE AVREI LA GARANZIA DI POTER FARE QUELLO CHE FACCIO PER SEMPRE, TUTTI I GIORNI, GIORNO E NOTTE. E QUESTO FA DI ME UN GAIO IMBECILLE.

Io e la mia amica pianista ci troviamo spesso a parlare dell’Uomo Comune, e in particolare di come l’Uomo Comune viva male le nostre vite. La cosa che ci succede più di frequente, ci raccontiamo, è sentirci dire da uno che fa il salumiere o il carpentiere o l’impiegato o il postino o il vigile urbano: “Beati voi che non fate un cazzo!” Cioè, beata lei e beato io. Questo è naturalmente il modo più rapido per entrare nella nostra personale classifica degli imbecilli, anzi per iscriversi al campionato mondiale dei più grandi imbecilli mai incontrati da noi di tutti i tempi, ma all’UC non passa neanche per la mente che qualcuno possa considerarlo un imbecille. E, ancora meno, di esserlo.
“L’UC”, mi dice la mia amica, “si stupisce di sapere che tutte le mattine io mi alzo alle 7. Che, pur potendo in teoria dormire fino alle 11 perché non devo timbrare nessun cartellino e perché nessuno ha un bisogno immediato di un mio concerto, mi alzo tutti i giorni alle 7. Che metto perfino la sveglia, per alzarmi tutti i giorni alle 7. Lui si deve alzare alle 7, mentre io mi voglio alzare alle 7. Lo trova assurdo”.
“E poi alle 7 che fai?”, le chiede l’UC, con gli occhi spaventati all’idea di avere tutto quel minaccioso tempo libero davanti a sé. Il tempo libero lo terrorizza.
La risposta della mia amica, qui, è: “Suono. Mi alzo alle 7 per suonare”. E qui l’UC non dice niente, anche se si vede che pensa: ma questa qui è scema. Potrebbe dormire, potrebbe andare in piscina, al centro commerciale, alla partita di calcio (tutte cose che, se lei le facesse davvero, farebbero dire all’UC: “Bello non fare un cazzo dalla mattina alla sera, eh?”), e invece spreca tutto il tempo suonando.
Poi le dice: “Ma, tu che puoi, perchè non vai in giro per il mondo?” Lei risponde che non le piace andare in giro per il mondo, così come non le piace andare nei centri commerciali e non le piace guardare le stramaledette partite di pallone. Le piace suonare. Starsene a casa al suo pianoforte a suonare e a studiare e poi prendere un aereo e andare a chiudersi in un albergo aspettando la sera del concerto e poi tornare indietro e ricominciare da capo. Questa qui non è scema, pensa allora l’UC, è scemissima.
Poi però lei, garbatamente, gli spiega che suonare la realizza. Qui lui fa gli occhi da tortora. Ma lei non demorde. Gli spiega che, quando non riesce a suonare o a pensare a quello che deve suonare o a studiare quello che deve suonare, alla fine dela giornata sta male. Mentalmente e fisicamente. E che invece, quando ci riesce, alla fine della giornata si sente bene, leggera, felice.
“Forse tutto questo in senso assoluto non significa niente, è tutta una costruzione del mio cervello”, gli dice, “ma per me significa qualcosa”. La stessa cosa che significa per l’UC, secondo me: dare un senso alla propria vita. Un senso oggettivo. In realtà per lei è solo nevrosi, suona tutto il giorno e ha delle reazioni emotive rispetto a questo solo perché è una squilibrata, una squilibrata come tutti, ognuno ha il suo personale squilibrio. Ma per l’UC non è una nevrosi, per lui è puntare ad arrivare a qualcosa di Grande. E’ l’Autorealizzazione, e i film com W. Smith e R. Crowe gli hanno insegnato che la lotta per l’Autorealizzazione è bene, che è rispettabile: alla fine del lungo giro di azioni assurde che compongono la giornata della mia amica, sembra esserci finalmente qualcosa che anche l’UC riesce a capire, ad apprezzare.
E qui scatta la domanda finale: “Ma…ci vivi?”, e lei ha imparato che, per avere il rispetto necessario dell’UC, qui deve rispondere sì. E poi aggiunge: “Vivo di musica, perché se non suonassi morirei. E’ quello che faccio quando mi pagano per farlo, quando potrebbero pagarmi e quando non mi paga nessuno. E’ il mio lavoro e il mio svago dal mio lavoro”. Una risposta a effetto, del tipo ingenuo-romantico.
“La tipica risposta da scema”, le dico.

(Mauro Zucconi, http://chinaski77.splinder.com)

…ogni tanto ci penso, a come l’Uomo Comune vede il cosidetto Artista. E, sinceramente, non avrei saputo spiegarlo meglio.

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